La sindrome dello stretto toracico

E un complesso di segni e sintomi determinati da una compressione dei nervi e vasi dello stretto superiore posti tra il muscolo scaleno, la parte superiore della prima costola e la parte interna del cavo ascellare.
La sindrome dello stretto toracico è più frequente nelle donne tra i 20 e i 50 anni e negli sportivi, soprattutto chi pratica attività di bodybuilding e pallanuoto in quanto viene maggiormente sollecitata la zona cingolo-scapolare.

DESCRIZIONE ANATOMICA

La zona chiamata “stretto toracico” indica il restringimento fisiologico (quindi naturale) delimitato dalla prima costola, dalla clavicola, dai muscoli scaleni (mediano e anteriore),dal muscolo succlavio e dal piccolo pettorale.
All’interno di questo restringimento decorrono il sistema di vasi sanguigni arteria e vena succlavia ed il plesso brachiale. Il sistema arteria e vena succlavia e il plesso brachiale rappresentano, rispettivamente, i vasi sanguigni che servono gli arti superiori e la rete nervosa preposta all’innervazione, sia sensitiva sia motoria, degli arti superiori

CAUSE

A determinare questa compressione di natura nervosa o vascolare possono essere varie cause tra cui:

difetto anatomico congenito: Alcuni individui nascono con una costola in più (“costa cervicale”) o con una banda di tessuto fibroso che unisce, in modo anomalo, la colonna vertebrale alla prima costola cervicale. Questi due difetti anatomici congeniti (molto spesso anche ereditari) possono ridurre lo spazio interno dello stretto toracico, a discapito dei vasi sanguigni e dei nervi che vi passano attraverso.

alterazione equilibrio posturale

– trauma : se interessano determinate zone del corpo, alcuni eventi traumatici possono alterare l’anatomia interna dello stretto toracico e portare a una riduzione dello spazio entro cui risiedono l’arteria e la vena succlavia e il plesso brachiale.
Gli eventi traumatici che più spesso sono all’origine della sindrome dello stretto toracico sono gli incidenti d’auto. Infatti, in tali frangenti, l’urto a cui è sottoposto l’incidentato agisce molto spesso proprio tra collo, clavicola e prima costola (colpo di frusta).

– attività sportiva agonistica : alcune attività sportive inducono a ripetere lo stesso movimento tante volte al giorno. Ciò può comportare in tutte le sedi del corpo (quindi anche a livello dello stretto toracico) un’usura dei tessuti ivi presenti, fino all’insorgenza di vere e proprie patologie (nuoto, body building, baseball).

– obesità: un eccessivo peso corporeo può pregiudicare la buona salute delle articolazioni del corpo. Tutto ciò può ripercuotersi anche su alcune regioni anatomiche adiacenti, come lo stretto toracico.

– gravidanza : durante una gravidanza, le articolazioni della donna incinta tendono ad allentarsi. Ciò può comportare problematiche di tipo articolare, che, come nel caso precedente, possono diffondersi nei reparti anatomici limitrofi.

SINTOMI

I pazienti presentano dolore irradiato all’avambraccio, una perdita di forza durante il gesto sportivo e sintomi di tipo vascolare, come senso di raffreddamento e pallore alla man e di tipo neurologico, come le parestesie alla mano in particolare a livello del territorio del nervo ulnare.

DIAGNOSI

Diagnosticare la sindrome dello stretto toracico è alquanto complesso, perché i sintomi sono estremamente variabili da soggetto a soggetto.
L’iter diagnostico comincia con un’accurata visita medica dove verrà svolto un approfondito esame obiettivo, comprensivo dell’analisi della storia clinica del paziente dove verranno posti una serie di quesiti per capire l’origine della patologia.

ESAME OBIETTIVO

Durante l’esame obiettivo, il medico visita il paziente, ricercando eventuali segni clinici esterni; quindi, gli chiede di descrivere i sintomi avvertiti e in quali momenti si fanno più acuti.
Successivamente il medico andrà a svolgere una batteria di test clinici elettivi al dolore per diagnosticare la presenza o meno dell’eventuale patologia:

1) Test di Adson: E’ il test più conosciuta ed utilizzato per la diagnosi di sindrome dello stretto toracico superiore. Il paziente è seduto e l’esaminatore afferra il polso per apprezzare l’arteria radiale. Mentre il paziente ruota il capo verso l’arto esaminato, l’esaminatore ruota lateralmente ed estende la spalla. Al paziente viene chiesto di inspirare a fondo e trattenere il respiro.
Il test risulta positivo quando si referta una riduzione del polso radiale mentre il braccio interessato viene tenuto lungo il tronco con il paziente seduto che volta il capo verso il lato affetto mentre pratica una profonda inspirazione.

Test di ADSON

2) Test di Wright: Il secondo test consiste nel riprodurre la compressione neuro vascolare portando in abduzione di 90 gradi, extrarotazione ed estensione e il capo voltato dal lato opposto: tale posizione viene mantenuta per alcuni minuti e il paziente può presentare una scomparsa del polso radiale e la comparsa di parestesie e dolori.

Test di WRIGHT

TRATTAMENTO

Inizialmente il trattamento è di tipo conservativo, con un programma di potenziamento muscolare del cingolo scapolare, in particolare dei muscoli trapezio e dentato anteriore di questa sindrome. Il trattamento chirurgico viene riservato ai casi in cui si osservi una compressione da costa cervicale, da scaleno anteriore o piccolo pettorale che vengono resecati.
Le tecniche di trattamento più utilizzate a livello fisioterapico per questa patologia sono di tipo miofasciale in quanto permettono il rilasciamento dei tessuti in modo da liberare il canale nervoso e vascolare dal restringimento. Tra le tecniche proposte proponiamo:

1) Tecnica sternale: il paziente si trova supino e disteso sul lettino mentre l’operatore è seduto posteriormente al capo del paziente nella parte prossimale del lettino. La mano prossimale dell’operatore è con presa a “coppa” sull’occipite e con la mano distale in appoggio sul manubrio sternale. A questo punto l’operatore allontana le due parti nel senso opposto, eseguendo una trazione che porta il capo a flettere mentre con l’altra mano spinge la parte sternale verso il basso, cioè ai piedi del lettino. La spinta dovrà durare per almeno 8 secondi.

2) Tecnica occipite – apertura prime tre vertebre cervicali: il paziente è supino e disteso sul lettino mentre il terapista è seduto posteriormente al capo del paziente, parte prossimale del lettino. Le braccia  dell’operatore sono incrociate in contatto con il piano occipitale e le mani in appoggio sui monconi della spalle

Azione tecnica 1: il paziente rimare sciolto con il capo e l’operatore deve portare dolcemente il capo in flessione per determinare l’apertura delle prime tre vertebre cervicali.
Le braccia  dell’operatore sono incrociate in contatto con il piano occipitale e le mani in appoggio sui monconi della spalle.

Azione tecnica 2: l’operatore chiede al paziente di spingere sull’osso ioide con il mento, allo stesso tempo spingerà con le mani verso il basso le spalle, cioè verso i piedi. Spinta per 8 secondi.

Azione tecnica 3: l’operatore chiede al paziente di effettuare una spinta del capo sul lettino, come se volesse portare il capo in estensione. Spinta per 8 secondi. 

3) Tecnica di detensione sternocleidomastoideo: il paziente è supino e disteso sul lettino con il capo ruotato dal lato del muscolo da non trattare mentre l’operatore si trova seduto posteriormente al capo del paziente dalla parte prossimale lettino Le mano prossimale è posizionata  a “coppa” alla base dell’occipite mentre la mano distale si trova in appoggio tra il muscolo e la mastoide. L’operatore chiede al paziente di effettuare un rotazione interna e spinta con il capo, allo stesso tempo l’operatore esegue una contro resistenza nella direzione opposta cioè verso il pavimento; ogni contro resistenza dovrà durare 8 secondi e poi l’operatore dovrà guadagnare.

4) Tecnica di detensione dorsale: il paziente è supino e disteso sul lettino, con l’arto superiore a gomito flesso a 90 gradi mentre l’operatore si trova dal lato del muscolo da trattare. La mano prossimale porta l’arto superiore in posizione mentre la mano distale è a contatto con il palmo della mano sul muscolo.
A questo punto si  fa scivolare lentamente il palmo della mano perpendicolarmente al muscolo, cioè verso il pavimento.

5) Tecnica Piccolo Pettorale: il paziente: si trova supino e disteso sul lettino mentre l’operatore è seduto posteriormente al capo del paziente nella parte prossimale lettino.
Le mani sono in  presa sul  piccolo pettorale e si esegue una trazione del  muscolo verso di sé, una volta fatto questo, si chiede al paziente di:
– spingere le spalle verso l’alto, cioè azione di chiusura.
– spingere le spalle verso di me, cioè come se le volesse sollevare.
– spingere le spalle verso il lettino, cioè azione di apertura.

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